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Morti di lavoro

martedì, 04 marzo 2008 | 11:11


Ieri a Molfetta sono morti altri cinque operai, sembra che siano 180 i lavoratori deceduti dall'inizio dell'anno. 1341 nel 2006, nel 2007 sembra che ancora non siano stati fatti i conti ma sarebbero intorno ai 1300. Per questo mi fa rabbia sentir parlare ancora di incidenti.

Dopo l'incendio alla Thyssen in una puntata di Anno Zero, la moglie o la madre (non ricordo) di una delle vittime disse, quasi piangendo di rabbia, che uno dei responsabili dell'azienda si era scusato ma che le aveva detto che "e un fatto fisiologico". La signora naturalmente non poteva accettare una risposta del genere, tuttavia, inconsapevolmente credo, quel dirigente aveva detto una grande verità. Una verità che tutti sembrano non voler guardare in faccia.

1300 morti l'anno non sono un incidente. Non possono esserlo, lo sarebbero solo a condizione che fossero legati ad un unico grande evento, o a pochi. Nel 2007 tanto per fare un confronto, gli omicidi sono stati 593. Eppure è evidente lo squilibrio con cui si è parlato e si è legiferato sulla criminalità come se fossimo in preda a un delirio di violenza. Intendiamoci, 593 persone uccise non sono poche, ma sono il minimo storico in Italia, e rappresentano statisticamente uno dei tassi più bassi nel mondo. Questo nonostante la presenza della mafia, della camorra e della 'ndragheta.

Ora, la reazione alla tragedia di ieri, come al solito è rappresentata oltre che dall'emotività che trapela dai mezzi di informazione attraverso le facce di giornalisti, presentatori e politici, da un decreto legge. Norme sui controlli, pene fino a due anni. Naturalmente e come al solito fuori bersaglio.

I morti di cui stiamo parlando sono uno dei costi di un certo modo di fare profitto. Dare due anni di galera (ma anche 20) ad un amministratore non rientra in alcun modo nel calcolo costi benefici di un azienda. Per questo dico che è inutile insistere con la galera, con i monologhi alla Travaglio che elencano i fallimenti della legge in questo campo. In questo campo, che è quello dell'economia, contano solo i costi e i profitti. La pena di 2, 5, 10 anni non è monetizzabile. Dispiace dirlo ma i morti sul lavoro sono un prodotto fisiologico, cioè legata al funzionamento stesso dei sistemi di produzione. E sono in proporzione più alta quanto più basso è il costo (in euro) di una vita umana. Se la sicurezza ha un costo, e la morte di una persona non ne ha, è facile prevedere che continueranno ad esserci morti sul lavoro, e soprattutto che non saranno incidenti. L'unico modo per invertire la tendenza è fare in modo che un lavoratore morto costi di più di quanto si risparmia sulla sicurezza. In questo modo ai controlli ci penserebbero le aziende da sole, senza bisogno della minaccia spuntata della prigione.

Se per aumentare la produzione devo spingere al massimo gli impianti e chi ci lavora, metto in conto delle perdite. Queste possono consistere in guasti, macchinari da cambiare, etc. E sono costi. Se devo cambiare un macchinario da 100.000 euro farò in modo che non succeda. Ma quanto mi può interessare di un infortunio di un lavoratore se tanto ci sono o le assicurazioni private o l'Inail? E soprattutto cosa mi può interessare della morte di un lavoratore se lo posso sostituire senza pagare niente e probabilmente mettendo a lavoro un giovane con un contratto ancora più economico.

I processi penali non arrivano quasi mai a stabilire una responsabilità diretta. E se ci arrivano di solito colpiscono qualche amministratore di cui una grossa azienda si può tranquillamente disfare. Una volta eliminato l'amministratore si va avanti come prima. Oltretutto quando si tratta di grandi aziende, le risorse economiche ed il numero e la qualità di avvocati di cui dispongono, fanno si che tutto si riduca ad una farsa. Il diritto penale non è fatto per questo tipo di violazioni e soprattutto per questo tipo di "criminali".

Il problema è che il lavoratore non costa nulla ad un'azienda. Sarebbe forse più efficace una legge che prevedesse un risarcimento automatico per le famiglie delle vittime del lavoro. Un risarcimento però che superi quello del costo delle macchine, un risarcimento abbastanza alto per cui l'aumento di produttività derivante dal sovraccarico di lavoro o dal risparmio avvenuto sui sistemi di sicurezza non sia economicamente vantaggioso. Il costo in euro di una vita umana persa sul lavoro deve essere più alto del guadagno che si ottiene sfruttandone una fino alla morte. 

Altrimenti, nonostante i titoli dei giornali, i pianti, le facce contrite di politici e imprenditori, queste perdite saranno sempre fisiologiche e soprattutto trascurabili.

Con le parole di Gallino (vedi articolo) "la agghiacciante prevedibilità della tragedia di Molfetta ci dice che le leggi, le norme, le ispezioni da sole non bastano. È l'intera organizzazione del lavoro che andrebbe ripensata, e con essa la frammentazione della produzione in catene di cui in fondo nessuno conosce bene l'inizio e la fine, chi sta facendo - o no - che cosa, chi è responsabile di questo o quell'anello, la distribuzione su territori troppo vasti per avere una conoscenza sicura di tutti gli anelli."


postato da demopazzia | Permalink
in politica, lavoro, sicurezza, attualitĂ , societĂ 
commenti (5)

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