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I diritti del criminale

venerdì, 20 novembre 2009 | 16:57


 

Ora ho capito. Quando sociologi e intellettuali che si occupano di crimine e devianza vengono accusati di giustificazionismo non ci si riferisce tanto alla tendenza di occuparsi prevalentemente del criminale e dimenticarsi della vittima. D'altro canto quell'accusa avrebbe poco senso visto che coinvolgerebbe gran parte della letteratura e del giornalismo stampato e televisivo dove la vittima è al massimo una sagoma disegnata su di un marciapiede. Si è sempre e solo parlato dei criminali.

 

Ecco forse il problema sta proprio li. Gli intellettuali ne parlano e basta. Ma giustificarli non serve a niente. Gli uomini del fare non possono tollerarlo. Ci vogliono i fatti. Il processo breve è un fatto.

 

Nel dibattito sull'accorciamento dei processi si è continuato a parlare solo dei criminali. Per giustificarne l'ideazione non si è mica addotto il diritto delle vittime a conoscere l'esito dei processi. Gli uomini del fare non sono usciti dallo schema culturale secondo cui il criminale è più interessante della vittima. Se ci fate caso si è parlato solo del diritto degli imputati sotto processo a sapere in fretta se sono stati beccati o no. Perché loro se sono colpevoli già lo sanno.

 

Il problema è che devono attendere anni prima di poter tornare alla propria attività. A maggior ragione se tale attività è illegale. Come si può infatti continuare a truffare per esempio mentre si è sotto processo per truffa?

 

Gli uomini del fare hanno dato una risposta concreta ad un bisogno reale.


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in politica, giustizia, attualitĂ , criminalitĂ 
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L'evoluzione della Lega

giovedì, 19 novembre 2009 | 17:48


 

"Gli immigrati se ne devono tornare a casa loro" (U. Bossi 18 Nov 2009)

 

Questa frase semplice e rozza svela tutta l'ipocrisia della legislazione leghista sulla sicurezza. Per Maroni e soci la sicurezza è solo un pretesto. Il problema non è nè il permesso di soggiorno nè il rispetto delle regole. Il problema è l'immigrato in sè. Che deve essere mandato a casa. O rinchiuso. O eliminato fisicamente. A prescindere.

 

Nell'ideologia leghista dei primi anni Novanta il bersaglio contro cui indirizzare la frustrazione del proprio elettorato era "Roma ladrona". Poi dopo quindici anni in Parlamento di cui più della metà passati al Governo era diventato difficile inveire contro le ruberie del Palazzo. Sarebbe stato come darsi del ladri da soli.

 

La Lega si è velocemente trasformata da movimento di poveri cristi che contesta il potere in gruppo di potere che infierisce su chi povero cristo è rimasto.

 

Per far questo ha dovuto pure reinventarsi patriottica. Si è schierata in prima linea a difesa del crocifisso e nel farlo ha dovuto rinnegare la mitologia su cui fondava la propria identità e quella del popolo che dicere di difendere. Quello padano. Il crocefisso ed il cristianesimo sono diventati gli elementi fondanti della società leghista. Ma quella società non è più la società padana, è la società italiana. Cosi i Celti sono finiti in soffitta insieme agli slogan sulla Roma ladrona e il Berlusconi mafioso.

 

Rimane da spiegare come si possa difendere l'italianità appendendo il crocifisso in classe e l'immigrato al muro mentre ci si pulisce il culo (*) con il tricolore.

 

Eppure il 23 Dicembre del 1996 Umberto Bossi espresse questo desiderio per il Natale ed il nuovo anno che stava arrivando:

"Io non parlo di valore etnico, chiunque, da qualunque parte venga, può partecipare alla nascita della nazione padana. Tutti quelli che vivono in Padania, siano essi bianchi o neri o gialli, da qualsiasi parte vengano, nel '97 devono trovare la forza per fare la Padania"

 

In Padania doveva essere un Natale diverso dal White Christmas leghista di quest'anno.

 


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in politica, lega
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Ricordi

mercoledì, 18 novembre 2009 | 18:50


 

 

Due signori anziani al bancone del bar.

 

"L'hai sentita l'ultima? Ora si può scegliere se andare alla manifestazione contro (*) il governo Berlusconi o a quella a favore (*). Te hai deciso a quale andare?"

 

"Che mi pigli per il culo? Io le ultime manifestazioni in favore di un governo me le ricordo. Erano quelle in favore del governo Mussolini. Piuttosto prendo il fucile e torno in montagna."

 


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in politica, berlusconi, governo
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Stupro legale

lunedì, 16 novembre 2009 | 14:10


 

Sei una donna e ti trovi a casa di un uomo. Avete cenato insieme hai bevuto un po' e hai riso alle sue battute anche se non erano divertenti. Per educazione e perché non volevi irritarlo. Sei pur sempre a casa sua. Adesso la cena è finita e tu stai cercando un modo elegante per filartela. Solo che lui sembra non essere d'accordo e ti fa capire che gli piacerebbe proseguire la serata in camera da letto. Rifiuti gentilmente le avances anche se sono un po' troppo esplicite. Prendi le tue cose e ti dirigi verso la porta. Solo che tra te e la porta adesso c'è lui. E' molto più grande di te. Sai che se vuole può farti molto male. Ma pensi che non può capitare a te. Cosi fai un altro passo. Lui però si avvicina alla porta, la chiude a chiave e si mette la chiave nei pantaloni. Adesso ti prende per un polso e ti indica la camera. Non ti stringe tanto da farti male ma abbastanza da lasciarti capire che potrebbe farlo. A questo punto sai che l'unica soluzione per uscire senza lividi da quella casa è concedere quello che non gli avresti mai concesso. Andare in quella camera e fargli fare quello che deve fare. Aspettare solo che abbia finito.

Rassegnarsi al male minore. Come stanno facendo in tanti. Ormai è un gruppo numeroso quello di coloro che di fronte all'ennesimo tentativo di Berlusconi di sfuggire ai suoi processi si dicono pronti a concedergli l'immunità purché lasci in pace il sistema giudiziario. Lodi Alfano bis e tris o qualunque altro espediente legale e costituzionale per concedergli quello che senza il ricatto non gli sarebbe mai stato concesso.

Faccia quello che deve fare. Lo faccia alla svelta. E che ci faccia uscire da qui.

Il sistema giudiziario ne uscirà forse con meno lividi. In grado di funzionare ancora. Almeno non peggio di quanto facesse fino ad oggi. Quello che uscirà invece pieno di lividi sarà il senso civico già malmesso di questo paese. Ad essere ferito sarà il principio di uguaglianza affermato nella nostra costituzione. Sono ferite profonde. Ferite che non si rimargineranno quando Berlusconi se ne sarà andato. Per ripristinare una legge del codice penale basta un voto in parlamento. Per rimarginare quelle ferite invece non sappiamo quanto ci vorrà.

Quella donna uscirà dalla casa senza lividi che sarebbero potuti guarire in qualche giorno ma portandosi dentro un trauma che forse non l'abbandonerà più. E difficilmente riuscirà a dimostrare di aver subito una violenza.

Cosi come il nostro paese difficilmente riuscirà a dimostrare di aver subito l'abuso di un autocrate dopo avergli spalancato la via costituzionale all'impunità.

 


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in politica, giustizia, attualitĂ , berlusconi
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Il predestinato

sabato, 14 novembre 2009 | 17:20


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(*)


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in politica, vignette, satira
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Maiali

venerdì, 13 novembre 2009 | 14:47


C'è chi c'è l'ha troppo lungo e chi ce l'ha troppo corto. Il processo dico.
Prendete Stefano Cucchi per esempio. Il suo processo è stato brevissimo. Non hanno fatto a tempo a prenderlo che il dibattimento era già concluso. Non c'è stato bisogno neanche dell'avvocato. Niente appello né Cassazione. La sentenza è stata più o meno quella espressa da Giovanardi. Stefano è un peso per la società. Anche se di soli 42kg. Bisogna liberarsene.
Anche per questo le legge sul "processo breve" lascia perplessi.
Di persone come Stefano ce ne sono molte altre. C'è chi muore subito perché non regge le botte. C'è chi muore dopo qualche tempo perché non regge il carcere. C'è chi è come se fosse morto perché di quello che il sistema giudiziario fa di lui non importa a nessuno.
Di processi brevissimi se ne celebrano ogni giorno. Sono quelli di coloro che non possono permettersi di essere difesi da Ghedini o Taormina. O che non possono permettersi di essere difesi affatto.
Per questo colpisce l'escusione di alcuni reati dal "beneficio" del processo breve. Reati come il furto o l'immigrazione clandestina. Per questo tipo di reati il processo è già breve. Anche troppo.
Allo stesso tempo è assurdo escludere reati gravi come quello di associazione mafiosa. Sono proprio questi i processi interminabili di cui invece sarebbe bene conoscere l'esito il prima possibile.
Il paradosso nasce dalla concezione della brevità del processo non come un beneficio per la collettività ma come un premio per presunti innocenti. Se ne deduce che tutti coloro che non ne possono usufruire sono invece presunti colpevoli. L'indeterminatezza della durata del processo sarebbe dunque da intendere come una pena preventiva.
In realtà come dicevo prima fino ad oggi l'allungamento dei tempi processuali è stato un beneficio per coloro che possono permettersi difese agguerrite o sono in grado di mettere i bastoni tra le ruote alla giustizia. Arrivare ad una sentenza definitiva il più tardi che si può è stato l'obiettivo di molte difese in celebri processi. Anzi spesso l'obiettivo è stato allungare il processo cercando di arrivare fino alla prescrizione. Qui sta l'altro paradosso.
Stabilire la durata massima di un processo superata la quale il reato è estinto senza concedere alla magistratura i mezzi per celebrarlo nella durata stabilita vuol dire di fatto abolire il processo, la magistratura e la giustizia.
Il fatto che chi ha scritto questa legge non se ne renda conto è indicativo del livello civico della classe politica che sta governando l'Italia. Il fatto che questa legge sia scritta cosi male che non può funzionare è invece indicativo del livello culturale della classe politica che sta governando l'Italia. E' come se avessero fatto entrare i maiali a una prima della Scala.


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in politica, giustizia
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I diritti di Minzolini

martedì, 10 novembre 2009 | 12:33


 

Minzolini ha tutto il diritto di fare i suoi editoriali. Ha tutto il diritto di sostenere una riforma della Giustizia e il ritorno dell’immunità parlamentare. Ha pure il diritto di schierarsi per Berlusconi. Per questo trovo fuori bersaglio le reazioni politiche ai suoi sermoni.
L’unico diritto che non ha è infatti quello di dire stronzate. È pur sempre un giornalista e per sostenere le proprie opinioni dovrebbe usare i fatti non la fantasia. Altrimenti si parla di narrativa.
Per esempio ieri ha detto che dal 1993 “i gruppi parlamentari sono affollati di magistrati e ci sono partiti addirittura fondati da magistrati”.
È pur vero che esiste un partito fondato da un magistrato. Lui ha usato il plurale e noi gli concediamo questa licenza poetica. Tuttavia parlando dell’affollamento di (ex)magistrati in parlamento lascia intendere che la riforma della Giustizia sia condizionata dalla partecipazione diretta all’iter legislativo di una categoria professionale che si oppone alla riforma stessa.
Ma qui viene il bello. Minzolini ha detto per caso quanti magistrati ci sono alla Camera e al Senato? No. Ha semplicemente parlato di “affollamento”. Bene. Ve lo dico io anche se ho paura che questo pezzo non andrà in diretta al Tg1 delle 20.
Al Senato ci sono 10 (ex)magistrati. Alla Camera ce ne sono 7.
Minzolini per darci meglio l’idea di questo “affollamento” avrebbe anche potuto confrontare la presenza di (ex)magistrati con quella di altri professionisti. Gli avvocati tanto per rimanere in tema di categorie che hanno interessi nell’amministrazione della Giustizia.
Al Senato ci sono 46 avvocati. Alla Camera ce ne sono 86. E non sono ex.
Gli avvocati affollano il parlamento. Tanto che sono la categoria professionale più numerosa in assoluto. Una volta data questa informazione Minzolini avrebbe potuto continuare ad esporre la sua tesi. La paura di rendersi ridicolo non dovrebbe fermarlo.
(I dati completi sulla composizione del Parlamento li trovate qui)


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in politica, televisione, giustizia, giornalismo, berlusconi, rai
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Al di la del muro

lunedì, 09 novembre 2009 | 19:25



Avevo 15 anni nel 1989. Ero troppo giovane per andare fino a Berlino e farmi fotografare mentre picconavo il muro ed ero troppo giovane anche per pentirmi del mio passato comunista. Non avevo sostenuto la repressione sovietica della rivoluzione ungherese del 1956 né l’invasione dell’Armata Rossa in Cecoslovacchia per sopprimere la primavera di Praga nel 1968. Forse è per questo che non ho mai dovuto abbattere anche quel muro che in tanti invece avevano avuto anche dentro di sé. Un muro immaginario che aveva permesso a tanti di giustificare la costruzione di quello ben più concreto e tangibile che divideva Berlino est da Berlino ovest, ed anche la gran parte delle azioni violente o meno messe in pratica dai regimi del comunismo reale per reprimere ogni tentativo di cambiamento.
Per quelli della mia età è stato molto più facile separare gli ideali del comunismo dagli orrori commessi nel nome di quell’ideologia. Anche per chi comunista non è mai stato. Sarà perché eravamo studenti ma pochi mesi prima del crollo del muro fu quasi automatico identificarsi con i giovani cinesi massacrati a Pechino e col ragazzo immortalato mentre ferma un’intera colonna di carri armati con due buste della spesa in mano. Il comunismo di cui parlavano i nostri genitori significava libertà, uguaglianza e democrazia. Qualunque cosa negasse questi principi era da rigettare. Dietro qualunque bandiera si nascondesse.
Eppure ancora oggi c’è chi quel muro ce l’ha dentro. Mi riferisco per esempio a quei pochi irriducibili che si ostinano a negare il problema dei diritti civili in un paese come Cuba. Ma mi riferisco soprattutto a quelli molto più numerosi che si ostinano a negare il problema dei diritti civili in tutti quei paesi che erano al di qua del muro o, peggio ancora, giustificano la limitazione di tali diritti in nome della “democrazia”, della “sicurezza” o del “benessere”.
Ancora oggi c’è chi mentre festeggia la caduta di un muro ne tira su altri. Non mi riferisco solo ai muri di cemento che vengono costruiti in ogni parte del mondo, da Israele agli Stati Uniti, ma anche a quelli fatti di leggi e di odio. Perché se è vero che prima del 1989 i cittadini dei paesi dell’est non potevano raggiungere i paesi dell’ovest a causa delle restrizioni imposte dai regimi comunisti oggi le stesse restrizioni sono loro imposte da quegli stessi paesi che vent’anni fa li avrebbero accolti come vittime del comunismo e oggi invece gli consegnano decreti di espulsione .
È il sintomo che per molti, in realtà, cosa succedesse al di là del muro non era importante. Importante era dimostrare di aver ragione. Importante era vincere la guerra fredda. La libertà era un aspetto secondario. Strumentale. Cosi dopo abbiamo potuto fregarcene di quello che accadeva dall’altra parte di quella che era la cortina di ferro. Era già abbastanza difficile imparare i nomi di tutti quei paesi che prima bastava dipingere di rosso su di una cartina geografica per poter dimenticare. Figuriamoci se potevamo sprecare del tempo per riflettere su ciò che gli sconvolgimenti di quegli anni avrebbero potuto comportare sulle vite di persone che si sarebbero trovate a dover reinventare tutta la loro vita.
È giusto celebrare. Mi piacerebbe solo lo si facesse sobriamente. Che lo si facesse ricordando davvero quello che si celebra. Che ricordarlo avesse delle conseguenze concrete. E soprattutto che non diventasse la festa della Coca Cola. Non vorrei che tra qualche anno si festeggiasse il 9 Novembre appendendo ai muri pupazzi di Helmut Kohl vestito di rosso.


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in politica, storia
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Templari de noantri

giovedì, 05 novembre 2009 | 15:27


[Nell'immagine un simbolo di pace, tolleranza, laicità e accoglienza]
Vittorio Feltri l’ha presa bene questa storia del crocifisso. Giusto per abbassare il toni ed arricchire il dibattito non ha trovato di meglio che dare degli ubriaconi e degli psicotici ai giudici della Corte. In caso il ricorso non dovesse andar bene per il Governo italiano non gli resta che ricostituire l’ordine dei Templari e mettere a ferro e fuoco l’Unione Europea.
Infatti, almeno lui, non mette in discussione la religiosità del crocifisso che descrive come “il simbolo per eccellenza del cristianesimo”. Anzi è proprio questo aspetto che gli permette di usarlo come una spada contro l’invasione dell’Europa cristiana da parte dei barbari e dei musulmani.
Feltri ce l’ha solo con gli immigrati. E i comunisti. Non gli passa neanche per l’anticamera del cervello che ci possano essere degli “italiani di razza pura” che non credono in nessun Dio e altri che non credono nel suo. Cosi per difendere la sua tesi può far uso dello spauracchio dell’invasione islamica e fottersene allegramente di argomentare.
Eppure è proprio questo uso della religione che fa paura e che ha prodotto i disastri peggiori. La religione come strumento di motivazione delle masse contro una parte politica o contro un altro popolo. Masse pronte a farsi esercito per difendere gli interessi, mascherati di religiosità, di chi le manovra.
E allora per rendere meglio l’idea, spaventare qualche lettore e chiamarlo alla guerra santa, fomentare i talebani di casa nostra, suggerisce ai giudici traditori di far demolire chiese, cattedrali e campanili perché anche quelli sono simboli religiosi. E poi via con il rogo dei libri di autori cristiani, a fuoco anche Dante e Manzoni.
Mentre oggi a dar manforte al direttore il cui editoriale evidentemente non era stato abbastanza chiaro arriva Tornielli il quale ripete che la rimozione di “quei due pezzi di legno inchiodati al muro” non è altro che l’inizio perché a breve dovremo dire addio al calendario con tutte le feste e la domenica, addio agli affreschi e alla Croce Rossa, addio al “+” e al “x” delle operazioni matematiche. Sigh.
Già forse i giudici di Strasburgo devono aver bevuto quando hanno pensato che l’Italia potesse adeguarsi ad una sentenza. Ma quelli che non riescono a distinguere tra l’aula di una scuola da una piazza sono Feltri e gli altri crociati. Nella sentenza è spiegato, in modo molto più chiaro di quanto possa fare io, il motivo per cui il crocifisso può stare su un campanile e non in classe.
"Lo Stato è tenuto alla neutralità confessionale nel quadro dell’istruzione pubblica obbligatoria dove la presenza ai corsi è richiesta senza considerazione di religione e che deve cercare di insegnare agli allievi un pensiero critico".
Pensiero critico senza il quale le persone diventano tanti piccoli automi pronti a votare, pregare, uccidere e comprare, a comando.


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in chiesa, scuola, religione, giornalismo, immigrazione, attualitĂ 
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Fanatici moderati

mercoledì, 04 novembre 2009 | 12:09


Secondo la Corte europea il crocifisso andrà tolto dalle aule scolastiche italiane. Pare invece che possa rimanere sulle schede elettorali. A vedere dalla serie di dichiarazioni più o meno sgangherate e ottuse rilasciate ieri dagli esponenti di tutti i partiti politici italiani sembra infatti che chi ancora non l’aveva nel simbolo sia pronto a mettercelo. Come fare altrimenti a catturare il voto del cattolico impaurito del terzo millennio?
La sentenza, di una ovvietà lampante, pare non entrare in testa agli italiani. Da questo punto di vista sarebbe stato meglio non fosse mai stata emessa. Toccare con mano l’arroganza e la prepotenza di un popolo e dei suoi politici non è mai bello.
Se ne sentono di tutti i colori. Per esempio che il crocifisso non è un simbolo religioso. Chi lo afferma non si rende neanche conto di essere più blasfemo di chi lo vorrebbe togliere dalle aule. Lo spoglia infatti del suo significato più profondo per annaquarlo e renderlo inoffensivo. Già, perché il crocefisso non offende nessuno. O almeno nessuno degli italiani cristiani cattolici praticanti o meno. E se lo dicono tra loro come se avessero partorito questo pensiero dopo una lunga e attenta riflessione.
Riflessione che ovviamente non c’è mai stata. L’incapacità di pensare al bene comune della maggior parte delle persone viene fuori in questo caso con tutta la sua forza. Il confondersi nella maggioranza permette anche al più spaurito dei cittadini di farsi spavaldo e spesso inconsapevole sopraffattore. A nessuno riesce quel minimo sforzo di mettersi nei panni degli altri che sarebbe richiesto anche solo per saper vivere in società. Perché se qualcuno ci riuscisse, cattolico o meno, potrebbe rendersi conto che esiste anche chi cristiano non è. E vorrebbe continuare a non esserlo.
È questa incapacità che mina ogni dibattito pubblico in Italia. L’incapacità di vedere le cose da un punto di vista diverso. La base di ogni fanatismo. Religioso o meno. Quando la maggioranza è più esigua è più facile rendersene conto. Quando la maggioranza è cosi grande a chi non ne fa parte rimane solo la possibilità di aver pena di un’umanità così stolta e rassegnarsi alla sopraffazione.


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